Piccole donne ad Aleppo

È tornata la normalità da un’ora. La normalità quella vera non c’è più da anni. La normalità di oggi è il cielo senza bombe, i crolli e la morte.
Tra le macerie di una strada una bambina di nove anni, quasi dieci, si tira dietro la sorellina di cinque. Gli abiti ridotti a brandelli e la pelle grigia. La piccola rallenta il passo, guarda a terra, inciampa nei sassi, nei mattoni, in qualche corpo ancora non portato via. Il braccio esile tira l’altro braccio, ancora più esile.

Dalla strada opposta sopraggiunge un’altra bambina, occhi carbone e passo svelto, è tutta svelta lei, nonostante la fame; lei ha otto anni e l’aria di chi ha tutta la vita davanti.
Si incontrano.
-Pronta?-

-Sì, andiamo!-
Le due bambine grandi prendono le mani della bambina piccola, in due la sollevano ogni qual volta incontra un ostacolo e così fanno prima. Sono in tre ora e si dirigono verso la Cittadella.

Arrivate su, il vento sferza loro i capelli, sembra una carezza che porta via la polvere di dosso. Come in un rituale ben conosciuto, la piccola si siede a terra in attesa, mentre le altre due si danno da fare. Cercano tra i muri che restano e la trovano: una corda ben nascosta. Una si accovaccia, l’altra le salta in spalla e fissa un capo con mano lesta ed allenata, una guarda in su e aspetta che finisce, poi pian piano, con sommo sforzo e l’altra in groppa si avvicina a un altro pilastro, così da permetterle di fissare l’altro capo. È un gioco semplice…

Comincia la bambina dagli occhi carbone, si siede e aspetta la spinta. L’altra prende un po’ di rincorsa indietreggiando e trattenendo la corda, poi la lascia con un colpo ben assestato e lei… lei vola! Un gridolino di gioia della piccola seduta in terra seguito da un applauso e comincia il divertimento.

Davanti a loro si stende Aleppo, la città sempre esistita, adesso un ammasso di rovine.

Tutti i pomeriggi se non ci sono bombardamenti le tre salgono alla Cittadella, nessuno si accorge di loro tra i fasti della fortezza ridotti ad un rudere crollato.
A turno si spingono, a turno volano. Nell’indietreggiare il loro sguardo abbraccia la città, nel volare gli occhi si perdono nel cielo, mentre le gambe fluttuano penzoloni. È bello.

La piccola mette il broncio, le due grandi si alternano da mezz’ora e lei aspetta impaziente.
– È inutile che ci guardi così sai? Tu hai paura! Se vuoi star seduta sull’altalena, puoi restare anche dove sei, sull’altalena ci si dondola non si sta seduti! – gli occhi carbone sanno diventare terribili a volte, ma la bambina per tutta risposta le fa una linguaccia e resta dov’è.
La sorella le si avvicina e la mette in piedi.
– Dai facciamola riprovare. Siediti e mantieniti alla corda, ti facciamo dondolare lentamente –
– Nooo… Solo seduta! – e afferra le corde, così forte da sbiancare le nocche delle mani. E sorride contenta.
Le stanno ai lati ferme. Lei ha paura a dondolare, ma le piace la vista da lassù. Tutta la città a perdita d’occhio e le fumate che si alzano in vari punti, resti di incendi.
– Dai ti spingiamo! –
– No, nooo – grida e salta subito a terra, guardandole sospettosa e ferma, dà le spalle ad Aleppo, la città che lei ha sempre conosciuto come grigia e fumante.

Le bimbe si guardano e sorridono. La sorella le accarezza la testa e la rassicura, l’altra si appende alla corda e osserva, lei la città se la ricorda anche diversa. Tutte e tre si rivolgono verso la moschea più vicina, da lì si è alzato il canto del muezzin. Una delle bambine si mette a pregare, a suo modo, quel che ricorda, quel che gli aveva insegnato suo padre, finché aveva avuto il tempo di farlo. Alla

sorella nessuno aveva insegnato niente allora la imita goffamente, farfugliando nella sua testa chissà cosa. Occhi color carbone avvicina la mano destra al capo e si fa il segno di croce. Non importa per chi si prega, o se si prega, ma farlo insieme forse ha un senso.

Così per giorni, lo stesso rituale, gli stessi voli, intanto la città crolla. Quel che pesa è destinato a crollare, quel che si solleva è destinato a volare. Così l’altalena va, tra applausi, gorgoglii, gridolini, sospiri, risate, silenzi, preghiere.
-Dai provaci, non ti spingiamo, ti abbasso la corda così ti spingi da sola coi piedi. –

Le abbassano la corda, le brillano gli occhi, si siede, sfiora coi piedi grigi il suolo ma resta immobile, intimorita, lo sguardo all’orizzonte.
Nel cielo del tramonto si intravedono delle lucine rosse. Lei osserva curiosa, è un attimo. La sollevano di peso e fuggono via, due bambine sollevano una bambina e fuggono via.

Cade morte dall’alto ad Aleppo, la città sempre esistita. Tre donne in miniatura stanno cercando riparo, una corda oscilla al vento, lassù, sulla cittadella.

Il giorno dopo, perché per chi resta c’è sempre un giorno dopo, nel grigio delle strade si vede un puntino avanzare, è la piccola che senza aiuti avanza a fatica tra le macerie, ma avanza; guarda verso l’altura, se le luci cattive non se la sono portata via lassù dovrebbe esserci una corda. Nessuno la ferma, nessuno la cerca, nessuno sa che lei sa esattamente cosa fare. Ci arriva infine, la strada la conosce, tutti i pomeriggi di cui lei ha memoria…

Scruta l’orizzonte, niente luci, il sole avvolge ancora tutto, la corda è lì sospesa. Avanza e l’afferra. Si siede delicatamente quasi con la paura che ceda sotto il suo lievissimo peso. Ma la corda non cede e lei l’afferra forte come ha sempre fatto.
I piedi sfiorano il terreno, per un po’ li lascia sprofondare, il contatto con la terra è dolce e rassicurante. Poi punta le dita e stende le ginocchia, un respiro grande e una grande spinta. La piccola vola, un attimo di paura, ma sta volando, sì, e sta ridendo, e urla dalla gioia, su e giù, per tanto tempo… le sembra infinito… è felice…

Ci sono donne che vivono una vita intera provando nel tempo grandi gioie e grandi dolori, piccole soddisfazioni e immensi dispiaceri, emozioni forti e inguaribili ferite. Ci sono donne che vivono una vita breve, piccole donne che in pochi anni racimolano esperienze uniche che il mondo ignora… E poi vanno via, silenziose come foglie al vento, flebili luci rosse che invece di esplodere a terra, volano nel cielo.

Il racconto è arrivato finalista al Premio Albatros 2017. È pubblicato nell’antologia del premio dal titolo “Essere donna”.

La foto è tratta dall’articolo al seguente link:

http://www.youbee.it/guerra-in-siria-i-bambini-usano-pokemon-go-trovateci-e-venite-a-salvarci/

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