Green Book: un film che tutti dovrebbero vedere

Green Book mi è piaciuto veramente tanto. Sarà che sono tornata da poco dagli Stati Uniti e il loro fascino fa da sfondo in maniera esemplare alla storia. Sarà che sono passati solo 60 anni dagli anni ’60 e alla mia generazione fa strano pensare che l’epoca dei nostri nonni è stata anche quella. Sarà che sono passati ben 60 anni dagli anni ’60 e purtroppo il pericolo di ripiombare nel passato è quanto mai attuale.

Se non avete visto il film correte a vederlo e non proseguite la lettura, è spoiler. Se l’avete già visto, vorrei focalizzare l’attenzione su alcune cose che mi hanno particolarmente fatto riflettere.

Mi ha fatto innanzitutto piacere che l’unica persona saggia e senza pregiudizi sia una DONNA, la moglie di Tony Lip, di origini italiane come il marito. Dalle prime scene del film a dispetto di tutta la sua famiglia composta da maschi, lei non nutre alcun pregiudizio nei confronti delle persone di colore. Ai due operai di colore che vengono ad aggiustarle casa offre da bere, li tratta con tutto il rispetto. Conosce il marito. Conosce i suoi pregiudizi, ma non li discute, perché sa in fondo di che pasta è fatto, forse proprio per questo lo ama. Sa che non sa scrivere lettere d’amore, ma gliele chiede comunque, le aspetta con ansia e attende il suo ritorno. Quando il film si conclude con l’abbraccio tra il marito e il pianista lei sorride soddisfatta, perché non ha avuto altro che una conferma di quanto già sapeva.

Mi ha fatto piacere che l’uomo con cui viene trovato Don Shirley, il pianista di colore gay, è un uomo bianco. Nella breve inquadratura dove entrambi sono isolati, nudi in un angolo della cella, il messaggio che ho assorbito è stato uno solo: l’amore, il trasporto, la solitudine non hanno colori.

Mi è piaciuto molto il personaggio di Tony Vallelonga, detto Tony Lip, un bianco di origini italiane che vive nel Bronx e si “arrangia” con la sua abile parlantina nella già caotica New York dell’epoca. Sebbene violento non cade mai nell’inganno della malavita. Astuto e sbrigativo. Quando vede le persone di colore a casa sua getta nella pattumiera i bicchieri da loro utilizzati. Il suo pregiudizio viene prima annientato dalla allettante paga offerta da un uomo di colore e poi dall’amicizia che nasce con lo stesso. Non è un’amicizia che nasce dall’oggi al domani, per niente. Ma è un’amicizia che nasce dalla convivenza di ben 8 settimane in cui Tony ha modo di constatare come sia difficile “nel Sud” la vita per un nero. È l’empatia (etimologia della parola sentire/soffrire/stare dentro/in una situazione) che annienta il pregiudizio. È l’arrabbiarsi per la situazione che vive l’Altro non giusta, scorretta, inumana.

L’Oscar Mahershala Ali nei panni del pianista è magistrale. Sia nell’interpretazione del genio educato e cheto, sia in quella dell’uomo frustrato e solo. Un attore degno del personaggio che impersona. Un nero tra i bianchi e un “bianco” tra i neri, un uomo solo che mantiene una dignità infinita in situazioni che farebbero perdere le staffe a un santo. Un uomo coraggioso, del coraggio che ha cambiato il corso della storia. Un uomo che ha molto da insegnare.

Infine la famiglia di Tony. Emigrati italiani in America. Incarnano tutti gli stereotipi degli italiani, quelli con cui siamo visti all’estero. Gli spaghetti ai frutti di mare la vigilia di Natale, la passione per lo sport, l’inglese maccheronico (se non lo avete già fatto, riguardate il film in lingua originale, con la traduzione la maggior parte delle battute si perdono). Sono affetti da razzismo, anche se in una maniera più pacata rispetto ai bianchi del Sud, guardano gli operai neri con un misto di disprezzo e paura. Tuttavia, la sera della vigilia quando alla porta bussa il pianista di colore, c’è solo un attimo di smarrimento, subito dopo con grida di festa lo si invita a sedere e gli si porta da mangiare. È la rivincita dell’umanità. E per il film, è il raggiungimento della catarsi, tanto cara ai tragediografi greci, è il momento in cui la forma d’arte raggiunge il suo grado più alto e sublima lo spettatore, lo proietta in una dimensione superiore. Quando uno spettacolo teatrale, un libro, un film raggiunge questo stadio ha già vinto.

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