Piazza Sant’Anna: tra storia e modernità

Chiunque abbia visitato Rennes almeno una volta nella vita sarà passato per piazza Sant’Anna. Insieme al Parlamento di Bretagne e a rue du Champ Jacquet rappresenta senz’altro il simbolo della città.

Chi si è trovato a passare di qui negli ultimi anni probabilmente ricorda soprattutto i lavori della metro (linea B, la A è già esistente e funzionante dal 2002) che continuano tutt’oggi e pare volgano finalmente al termine tra le varie interruzioni dovute a ritrovamenti archeologici e ai problemi di stabilità della grande chiesa di Notre-Dame-de-Bonne-Nouvelle (già Eglise Saint Aubin, per avere maggiori info sui lavori della metro: http://www.metro-rennes-metropole.fr/accueil/le_projet/le_trace_et_les_stations/sainte_anne).

Piazza Sant’Anna è caratterizzata dalla presenza di numerose case a graticcio, molte delle quali iscritte nelle liste dei monumenti storici di interesse: l’hotel di Bretagna al numero 9 e la maison del numero 10 rappresentate nel disegno sono tra quelle più fotografate (datate entrambe al 1586), probabilmente per la loro caratteristica pendenza verso rue Pont aux Foulons. Sulla casa al numero 19 una targa commemorativa, invece, riporta informazioni relative alla residenza del sindaco Leperdit (la cui statua nell’atto di strappare un foglio è ben in vista a rue du Champ Jacquet) e al suo trapasso ad altra vita tra quelle mura (per intenderci meglio è quella che oggi ospita il Ty Anna, uno dei bar più frequentati del centro).

Domina oggi Piazza Sant’Anna l’attuale e innovativo centro per congressi ospitato nella bellissima sede del convento dei Giacobini in un restauro di recente realizzazione che ha visto anche l’ergersi di una torre dal dubbio gusto estetico che stona chiaramente col contesto in cui è inserita.

Nel vecchio convento istituito nel XIVesimo secolo dai Domenicani in un periodo in cui il ricco potere ducale andava a braccetto con gli ordini mendicanti, così come ricorda una targa ad esso affissa, si svolse nel 1491 il fidanzamento tra la rinomata duchessa Anna di Bretagna e il re di Francia Carlo VIII. Allo stesso convento molti anni più tardi Anna donò la sua corona e il suo mantello ducale. La fama del convento però era dovuta soprattutto a una tavola dai poteri miracolosi raffigurante la Madonna con Bambino ed esposta nella cappella situata all’angolo del coro della chiesa. In uno scritto del 1470 il legato del Papa descrive come copiose le folle di pellegrini giunte per venerarlo.

La presenza di numerosi bar e creperie, nonché la prossimità alla famosa Rue de la Soif (al secolo rue Saint Michel), la rendono il luogo di ritrovo più frequentato da parte dei giovani. Uno stazionamento Velo Star è posizionato tra le poste e l’ingresso del metro. Quest’ultimo vede la frequentazione a qualsiasi ora del giorno di gruppi di barboni spesso ubriachi, ma il più delle volte innocui, che contribuiscono insieme ai graticci colorati e all’odore di galettes a caratterizzare la piazza.

Rennes: la città tra i due fiumi

Le guide turistiche che portano i turisti in giro per Rennes sono solite condurli per iniziare la visita in un punto preciso della città, quello in foto. Il punto, cioè, dove l’Ille confluisce nel Vilaine.

Gli scopritori di città antiche sono soliti nelle loro ricerche tenere conto di una discriminante importante e per certi versi ovvia: l’acqua. L’acqua è fonte indispensabile di vita, serve per la coltivazione, per il trasporto di merci, per le vie di comunicazione e talvolta funge da barriera e quindi costituisce una difesa naturale.

Quando nacque Rennes lo scenario doveva essere ben diverso dall’attuale, niente canalizzazioni, niente chiuse, niente ponti.  Ma la confluenza già esisteva e non lasciò indifferenti i Galli che per primi la abitarono e che non a caso la chiamarono “Condate”, che significa per l’appunto “confluenza”.

L’Ille, affluente del Vilaine, deve il suo nome probabilmente all’isola formata dalla biforcazione del flusso d’acqua prima della confluenza. L’origine del nome del Vilaine invece si presta a numerose e talvolta leggendarie interpretazioni. Il nome più antico affibbiato al corso d’acqua fu “Doenna”, parola di origine celtica che sta per “fiume profondo” o “fiume nero”. Grégoire de Tours affermava che i Romani lo chiamavano “Vicinonia” dal nome di una divinità delle acque, mentre i Bretoni giunti da oltremanica lo definivano “fiume giallo” per le diverse colorazioni delle acque lungo la sua estensione. A partire dal IX secolo fu chiamato “Visnonia”, parola che sta sempre ad indicare la variabilità del colore delle acque. Questo termine è giunto fino ad oggi passando per “Vilaigne” e infine “Vilaine”.

Una leggenda invece racconta che ai tempi della duchessa Anna esisteva una ragazza dai capelli bellissimi e dal colore dell’oro, tuttavia quella era la sua unica qualità. Per il resto era brutta e povera. Ovviamente la sfortunata ragazza si era innamorata di un bell’uomo che non la corrispondeva. Le sue copiose lacrime per la cattiva sorte toccatale diedero origine al fiume che in suo onore fu soprannominato Vilaine.

Per andare nel punto preciso dove è stata scattata la foto, alla prima confluenza tra i due corsi d’acqua, bisogna scendere nel giardinetto accanto alla chiusa (écluse du mail) giusto all’inizio di mail François Mitterrand, dove a dicembre viene allestito il mercatino natalizio per intendersi. Se si percorre il lungo fiume o la stessa strada in direzione sud-ovest si giunge al giardino della confluenza, lì dove l’altro ramo dell’Ille finisce nel Vilaine.

Bibl. Brohan G., Guide Secret de Rennes et des ses Environs, Rennes 2012.

 

I campi liberi di Rennes

Les Champs Libres. Non so a voi, ma a me il nome già piace!

I campi liberi.

Il nome suggerisce l’immagine di vasti campi di grano dove poter correre spensierati e felici. E’ così efficace che quasi ti sembra di sentire l’odore dell’erba e della libertà al solo pronunciarlo. Viene da chiedersi chi ha avuto un’idea così geniale. Perché chi ha paragonato a dei campi liberi una struttura che riunisce in sé una biblioteca e un museo, che già di suo ti trascina con la mente all’illuminata Alessandria di Egitto, e ci aggiunge uno spazio dedicato alle scienze con annesso planetario e un altro dedicato al coworking, deve essere uno che la sa lunga.

Quando una piovosa e grigia domenica d’aprile mi sono ritrovata a passare di qui per rinchiudermi nel museo di Bretagna quel che ho visto mi ha fatto ripetutamente chiedere chi fosse questo genio che ha creato tutto questo e gli ha affibbiato tale nome. Quel che meraviglia, in maniera positiva ovviamente, è il fatto che non uno, ma bensì 500 persone, tra cui abitanti di Rennes, dell’Ille-et-Vilaine e della Bretagna l’hanno scelto tra una lista ben fornita.

“…l’évoque une source de vie, des espaces nourriciers que nous voulons libres, accessibles, sans frontières, propriété de toutes et de tous…” si legge nel Dossier di inaugurazione. E che tali spazi culturali siano fonte di nutrizione per tutti e che soprattutto siano liberi, senza frontiere, proprietà comune, si capisce subito. Il numero di persone “locali” presenti quella domenica equivale a quello dei musei e dei siti archeologici italiani nella gratuità della prima domenica del mese. Ma il senso di proprietà dello spazio, il sentirlo proprio, viverlo, dal sedersi a terra a leggere un libro al danzare nella grande sala d’accesso, dal prendere un caffè in compagnia al trascorrerci delle ore con i bambini io non l’ho mai sentito altrove.

La biblioteca dispone di sette piani/livelli tematici, ogni piano è allestito con larghe scrivanie e comode poltrone, nonché postazioni pc. L’accesso è totalmente gratuito. Il museo di Bretagna ripercorre la storia della regione dalla preistoria ai giorni nostri e si arricchisce di numerose e interessanti esposizioni temporanee. Anche lo spazio scientifico è dotato di un allestimento fisso e una sala per mostre provvisorie, nonché del planetario e del laboratorio di Merlino, uno spazio interattivo. A tutto ciò si aggiunge la caffetteria e una grande sala per conferenze dedicata a Hubert Curien, ministro della ricerca che giocò un ruolo fondamentale nell’ideazione della struttura.

Per essere aggiornati sui numerosi eventi organizzati consultate il sito ufficiale www.leschampslibres.fr o ritirate i dépliants all’ingresso.

Andateci e non dimenticate di guardare il panorama dagli ultimi piani della biblioteca: la vista sui tetti di Rennes è super!

Lo strano caso dei pittori italiani al museo di Belle Arti

In rue Emile Zola nell’antica sede dell’università potete oggi trovare il Museo di Belle Arti. Vale la pena visitarlo, se riuscite approfittatene la prima domenica del mese, in cui si usufruisce dell’ingresso gratuito e i problemi di calca e gente prestata alla cultura solo quando  è gratis a cui siamo abituati non esistono. Ammirerete non poche opere, manufatti che vanno dall’epoca dell’antico Egitto ai giorni nostri, ceramiche, pitture e sculture.

Quello che impressiona e salta all’occhio al visitatore italiano è però ben altro. Vale a dire quell’incredibile voglia che viene ai francesi di accentare o tradurre tutto nella propria lingua! Così fa incredibilmente piacere trovarsi dinanzi un Luca Giordano, un Francesco Solimena, un Ludovico Carracci e via discorrendo. Ci si sente a casa, è come passeggiare per strada in centro e sentire qualcuno che parla italiano, è come trovare la Nutella alla U o la mozzarella al marché des Lices. Ma, c’è un ma!

Alcuni nomi cambiano, vengono “francesizzati” ?

Visto?

Ancora…

Ehm…

Ma forse è solo una questione di accenti!

Allora tu immagini che sia un uso forse diffuso in Francia e cerchi di fartene una ragione, ma attenzione perché non è così, ritrovi a poca distanza dei nomi italiani scritti correttamente:

E anche quel povero Luca Giordano che poco prima era Lucas e si rivoltava nella tomba, ridiventa poco più avanti:

C’è decisamente qualcosa che non quadra… E ti senti come se avessero messo il tonno sulla pizza o il formaggio grattuggiato sugli spaghetti a vongole… Noi manco ci scherziamo con gli accenti, li piazziamo un po’ dove ci fa comodo, diciamoci la verità, ma in quanto a pittori francesi siamo dei grandi estimatori, soprattutto degli impressionisti, e Renoir resta Renoir, Degas resta Degas, Monet resta Monet…

Un’altra chicca… Anche i paesi di nascita a volte vengono tradotti, altre volte no… Nocera e Barra forse sono proprio intraducibili e fa strano, vederli lì i nomi di due città a quasi 2.000 km di distanza…

Fatta eccezione per le didascalie davvero poco coerenti e l’inesistenza di tavole esplicative in lingua inglese, il museo merita.

Questo è il link al sito web: http://mba.rennes.fr/

e alla pagina facebook: https://www.facebook.com/museebeauxartsrennes/

 

 

L’incendio di Rennes

Qualche esperto visitatore di Bretagna e Normandia si sarà chiesto come mai Rennes rispetto a tante altre città o piccoli paesi presenta un minor numero di case a graticcio.  Qualcun altro meno esperto ne vede comunque tante e non si fa domande. Amen.

In effetti rispetto ad altre città che hanno il centro storico pieno zeppo delle tipiche “maison à colombages”, cercate su google immagini “Rouen” o meglio ancora andateci, Rennes presenta case a graticcio affiancate spesso a costruzioni del tutto moderne, grattacieli e palazzi neoclassici, un fritto misto che fa pensare un occhio attento.

Le motivazioni vanno cercate in un grosso incendio che interessò la ville nel 1720, nello specifico dal 23 al 29 dicembre (un caldo Natale). Stando al racconto di tale Piganiol de La Force le fiamme si svilupparono di notte a causa di un ubriacone che di mestiere faceva, ironia della sorte, il falegname. Il brav’uomo soprannominato non a caso la Cavée, al secolo Henri Boutroel, quella sera stava litigando con la poveretta di sua moglie. Tra un urlo e un altro sorso ancora avrebbe fatto cadere una candela accesa su un mucchietto di trucioli di legno accatastati nel suo negozio di rue Tristin.

L’incendio non fece fatica a diffondersi, sia perché il legno era largamente utilizzato, sia per le provviste di grassi nelle case sia perché gli uomini dell’esercito chiamati a dare man forte nelle operazioni di spegnimento si davano da fare a saccheggiare le case. Le fiamme si spensero ben sei giorni dopo, grazie alle operazioni di abbattimento di alcuni edifici e grazie soprattutto alla pioggia che arrivò solo dopo sei giorni (incredibile).

Quadro votivo rappresentante l’incendio di Rennes, conservato nella basilica di Saint Sauveur

Andarono distrutti circa un migliaio di edifici. In rue de la Visitation furono costruite alla bell’e meglio delle casette per medicare i feriti, alcune di esse pare siano sopravvissute fino al 2004, anno di costruzione del centro commerciale attuale. La maggior parte degli edifici storici andò distrutta, mentre pochi relativamente furono i morti, la maggior parte dei decessi avvennero la stessa notte del 23, i poveretti morti nel sonno, ignari delle bevute notturne di rue Tristan, in seguito invece grazie al fuggifuggi generale evacuarono in tanti.