Qualche cenno storico…

Si definiscono case a graticcio quegli edifici la cui struttura portante è formata da travi di legno disposte secondo diversi orientamenti. Gli interstizi generati dalla particolare intelaiatura in legno vengono riempiti da materiale che può essere argilla, pietra o laterizio. Gli archetipi di tale tipo di costruzione affondano nell’antica Çatalhöyük in Turchia e risalgono a un abitato di epoca neolitica. In tempi relativamente più vicini un esempio simile ci viene offerto dall’antica Ercolano, dove la casa, che non a caso è stata chiamata “casa a graticcio”, è costruita in una tecnica del tutto simile. I paesi europei dove oggi se ne possono ammirare più esemplari sono Germania e Francia, ma abbondano, seppure in minor numero, anche in Polonia, Belgio, Inghilterra, Svizzera. I termini adottati per definirli sono diversi: Fachwerkhaus in Germania, Maison à colombages o a Pans de bois in Francia. Le prime costruzioni nelle fattezze con cui sono generalmente note si fanno risalire al tardo medioevo fino a giungere, con periodi di maggiore o minore fortuna, agli inizi del Novecento.

Bonjour o Bonsoir?

E’ che quando arrivi in un posto nuovo e non conosci bene la lingua ami sfoggiare quelle poche poche parole che sai… Ora, le parole che indicano i saluti in francese sono chiare un po’ a tutti, aldilà del proprio bagaglio culturale. Il “Salut”, tuttavia, sembra troppo confidenziale e non adatto a persone che non conosci bene, come la signora del piano di sopra o la proprietaria del negozio di alimentari per intenderci. Per cui i “Bonjour” e in “Bonsoir” si sprecano con tanto di sorriso ed ERRE alla francese. Ed è qui che cominciano i guai.

Da piccolo probabilmente hai fatto i salti mortali per non confonderti quando incontravi un vicino per le scale di casa. Il “Buongiorno” la mattina fino alle 14, dopo le 14 il “Buonasera”. Se ti usciva “Buongiorno” a sole ormai tramontato, amen, è capitato, crescendo passerà e verrà automatico conciliare il saluto con l’ora della giornata.

Se ti trasferisci in Francia, resetta il cervello e cerca di recuperare gli esercizi che facevi da piccolo per ricordarti il modo di  salutare giusto. Probabilmente dipende dal fatto che qui spesso il cielo si oscura anche se non è affatto sera o forse perché la loro giornata dura 48 ore e io non me ne sono ancora accorta, ad ogni modo pare che il “Buongiorno” vada bene fino alle 18, solo dopo si passa al “Buonasera”. Tuttavia ci sono anche persone che ancora ti salutano col “Buongiorno” alle 20. E ti disorientano, come se non fossi già abbastanza disorientato…

Può sembrare banale ma non ti ci abituerai facilmente. Allora comincerà tutto un gioco strano di sguardi stupiti e sorrisini beffardi. Alle ore 15 entri in una sala dove sono riuniti 4 o 5 francesi e te ne esci trionfante col tuo “Bonsoir” e te ne penti, perché manco un secondo dopo ti arriva, in coro, la risposta che ti aspettavi: -Bonjour!-, accompagnata da una serie di sguardi stupiti e meravigliati dallo strambo saluto che hai utilizzato… fuori è già buio, il negozio è prossimo alla chiusura, tu entri veloce ad accaparrarti l’ultima bottiglia di latte salutando col “Bonsoir” (e non azzardarti a non salutare, che qui il saluto è la pietra miliare di qualsiasi conversazione, relazione o azione umana) e il  commesso alla cassa e la testa nei conti ti risponde col “Bonjour”. Quando arrivi con la bottiglia di latte, rilanci il “Bonsoir” convinto di stare dalla parte della ragione e ti stampi un bel sorrisetto beffardo in faccia curioso di risentire la risposta. Scontrino e “Au revoir”, questa è la risposta!

 

Partir c’est un peu mourir

…è che lo dici a tutti con un sorrisone stampato in faccia: -Parto, mi trasferisco in Francia!- E all’uragano di domande che seguono da parte dell’interlocutore tu rispondi, meccanicamente – ormai hai una serie di risposte pronte che ti escono da bocca proprio meccanicamente – ma in quel momento ti stai solo chiedendo se lo ha capito. Se il tipo che ti sta di faccia, al telefono, dietro lo schermo di un pc ha capito. Cosa? è chiaro. Te la stai facendo addosso e, per quanto puoi mascherarlo bene, sai benissimo che i tuoi occhi possono tradirti o la tua voce o la tua tastiera. Non sarebbe cosa buona e giusta dire letteralmente che te la stai facendo addosso? No, perché nell’era dei social dove tutto quel che ti accade sembra meravigliosamente bello, tu devi mostrare esattamente questo: che è meravigliosamente bello. Cosa? Chiarissimo! Lasciare la tua casa, i tuoi amici, i tuoi parenti, il tuo lavoro (ebbene sì, emigra anche chi ha un lavoro), le tue abitudini… Che detto così sembrano cose scontate, ma valle a contestualizzare… Vallo a spiegare che della tua vecchia casa ti mancherà la vicina che insulta il proprio cane, il venditore ambulante dietro l’angolo, le voci dei bambini per le scale di primo mattino… Vallo a spiegare che ti mancherà scocciarti di toglierti il pigiama per prendere il caffè la domenica mattina con gli amici di sempre… E tutta una serie di cose che mentre le fai e ancora non sei partito pensi: – Ecco, questo mi mancherà! – Poi per fortuna sei preso, dalle valigie da fare, quelle stragonfie, che solo se ti siedi sopra si chiudono, dalle cose da non dimenticare che puntualmente dimentichi e dai saluti veloci, che meglio se velocizziamo così si fa prima a sembrare felici… Che poi passi il confine e capisci che “partir c’est un peu morir”, perché mentre con l’auto ti lasci alle spalle un bel po’ di cose, queste muoiono, le hai abbandonate lungo la strada e le hai investite pure… E arrivi di sera, che già è buio e c’è l’auto da scaricare, le gambe a pezzi, l’umidità che ti invade… Ti guardi intorno e li vedi… I profili dei tetti con i comignoli che sembrano usciti dal film di Mary Poppins e ci manca solo che arrivi lo spazzacamino a darti il benvenuto… e quindi tutto sommato sorridi…