Duorme nennella mia. L’intervista.

In occasione della partecipazione al Santucce Storm Festival del romanzo “Duorme nennella mia”, Daniela Panariello ha intervistato l’autrice Anna Esposito.

Di seguito il testo dell’intervista, per la trama www.caseagraticcio.it/duorme-nennella-mia-la-trama/:

Da cosa nasce l’idea di scrivere la storia di queste tre donne; esistono riferimenti reali o sono del tutto inventate?
Per quanto io sia maledettamente femminista nell’indole, nella maggior parte delle mie storie i protagonisti sono uomini. Non perché le donne non siano frutto d’ispirazione per la narrativa, anzi, credo piuttosto che la complessità che le caratterizza sia difficile da raccontare a dovere e non mi sono mai sentita veramente all’altezza. Questa volta mi sono cimentata con l’universo femminile perché il tema del concorso letterario per il quale è stato scritto il romanzo era la crisi intesa nelle sue più varie accezioni. La crisi mondiale che abbiamo vissuto qualche anno fa è utile nello sviluppo della trama, ma in realtà le crisi di cui ho voluto parlare sono quelle che affrontano le tre protagoniste donne: la crisi della vecchiaia, la crisi della mezza età, la crisi dell’adolescenza. In un mondo da sempre molto maschilista, dove le donne sono state sempre viste come personaggi a latere, ma in realtà non lo sono mai state, mi sono sentita quasi in dovere di focalizzare l’attenzione sulla forza innata che ogni donna, a qualsiasi età, racchiude in se e che sprigiona nel momento di “crisi”.
Come tutte le mie storie, anche questa è del tutto inventata, ma per descrivere luoghi, persone e momenti attingo ai posti che visito (o dove ho abitato, come Napoli), alle persone che conosco, ai momenti che ho vissuto e o che ho sognato di vivere. Ciò mi permette di dare una carica realistica alla storia molto forte.

Tre donne, tre età differenti, un unico nucleo dove il valore della famiglia è sempre presente con le varie forme d’amore a fare da collante. Tre personalità comunque forti rappresentano la forza delle donne nell’affrontare la vita senza uomini?
Quella di donna Concetta, Lucia e Ketty è una famiglia al femminile effettivamente, dove gli uomini mancano. E non se ne sente la mancanza nel superamento dei momenti di crisi, né tantomeno per definire il nucleo come famiglia… Capiamo che si tratta di una famiglia quando la nonna si preoccupa che la nipote abbia mangiato, quando la madre si addolora perché vede la figlia infelice, quando la figlia dopo una giornata terribile esce a cercare la madre dispersa, perché portarla a casa è l’unica cosa che conta. Capiamo che si tratta di una famiglia perché l’amore in fin dei conti, l’interesse reciproco, valica tutte le divergenze apparentemente insanabili tra le tre donne. Inizialmente nella storia si evidenziano proprio le differenze caratteriali e di vedute tra le tre donne per giungere poi alla conclusione che nessuna divergenza è talmente grande da non poter essere appianata quando c’è l’amore. Dunque tre personalità forti che rappresentano non la forza delle donne nell’affrontare la vita senza uomini, ma la forza delle donne quando si tratta di donne che amano.

Napoli presentissima! A me è sembrata una quarta protagonista di questo romanzo, delle descrizioni talmente precise che mi sono ritrovata a camminare per strada con Ketty, ad osservare la gente, a farmi ritornare alla mente i profumi o l’odore di pizza fritta. Tutto questo quanto è frutto della tua “lontananza” da Napoli o come direbbe Donna Concetta è frutto dell'”appucundria”?
Più che lontananza io parlerei della mia vicinanza. Si descrive bene sono quello che si conosce bene. Si possono descrivere le strade, o meglio i vicoli, se per quei vicoli ci sei passato, si possono descrivere gli odori se quegli odori ti hanno fatto compagnia per talmente tanto tempo che sono parte di te. La vecchietta che abbassa il paniere per prendere la spesa dal negozio sotto casa è una scena che vedi a Napoli e Napoli soltanto. Donna Concetta che ripete questo gesto tutti i giorni era dentro di me prima che pensassi di crearla e di descriverla. Ho scritto questa storia in un momento molto difficile, di cambiamenti radicali, accettati con ottimismo e col sorriso sulle labbra, ma vissuti con desolazione, non saprei scegliere una parola diversa. La desolazione di chi parte e sa cosa lascia, la sua città e i suoi affetti, la desolazione che ti prende prima o poi e non puoi farci niente. Nel descrivere il rapporto tra Ketty e donna Concetta, nipote e nonna, ho cercato a mio modo di tenermi stretto il mio di rapporto con mia nonna, di viverlo ancora in qualche maniera, seppure da lontano, seppure sapendola allettata e sofferente e nel sapermi lontana, troppo lontana da lei. Ho dedicato il libro a Pino Daniele per l’ispirazione che mi ha dato con le sue canzoni, non l’ho dedicato a mia nonna, perché le opere si dedicano alle persone che non ci sono più, lei è andata via pochi mesi dopo la pubblicazione e io ero lontana quando è successo. Donna Concetta è così simpatica perché assomiglia a mia nonna, che si chiamava Anna.

Ketty mi sembra un’adolescente alla fine molto matura, consapevole della realtà che la circonda, che vuole con forza recuperare il rapporto con la madre e forse vorrebbe un riscatto per questa donna frustrata ed insoddisfatta. Oggi si parla di quanto adolescenti e ragazzini siano rapiti da cellulari e mondi social nel romanzo è la madre ad avere il problema e la figlia a cercare una cura. E’ una visione abbastanza ottimistica delle nuove generazioni, credi davvero che sia possibile un recupero dei valori che ormai sembrano quasi del tutto perduti?
Stephen King, uno dei miei autori preferiti, nel romanzo Insomnia dice: c’è una grande differenza tra la presunzione e l’ottimismo. Non voglio avere la presunzione di dire che le nuove generazioni sono migliori di quelle che le hanno precedute. Ma sono ottimista. Forse perché mi guardo molto intorno (se uno scrittore non lo fa è fregato) e come Lucia passo molto tempo sui social, ma tra le molte persone che conosco quelle meno mature, ahimè, mi sembrano le persone adulte. Inizialmente Ketty appare una ragazzina perditempo che ascolta musica tutto il giorno e fantastica sul suo ragazzo attuale, ma è la mamma quella che non vive senza postare la foto di quello che mangia su Facebook, senza dire “Buongiornissimo” a tutta la sua rubrica telefonica, senza staccarsi un attimo dal cellulare. Ketty ha l’intelligenza di identificare ciò come un problema e di spingere la mamma a rivolgersi a uno psicologo che l’aiuti. In Italia si corre dal medico al primo accenno di raffreddore, ma nessuno pensa mai di rivolgersi a un medico per un “intoppo” mentale, questo lo dicono le statistiche e il numero di persone depresse non il mio racconto. Ma la mente è parte del corpo e va curata come tutto il resto quando serve. Donna Concetta è la saggezza, la detentrice dei valori autentici, dello stare a tavola senza pensare al cellulare, per dirne uno. Ketty è quella che agisce per far sì che certi valori tornino nella sua famiglia. La donna anziana ha la saggezza ma non più la forza di agire, la donna giovane ha la saggezza ereditata dalla donna anziana, il vigore della gioventù e il tempo degli anni a venire. Come a dire che passato e futuro sono imprescindibili uno dall’altro e, messi insieme, sono una forza imbattibile.

Duorme nennella mia. Il nuovo romanzo di Anna Esposito.

Duorme nennella mia” è un romanzo breve scritto da Anna Esposito nel 2018 per la partecipazione al concorso Albatros dalla tematica “Crisi e nuovi inizi” e pubblicato come ebook dall’Albatros Edizioni nello stesso anno. Si struttura in quattro capitoli ognuno corrispondente ad un giorno della storia, ordinati in sequenza cronologica; è ambientato a Napoli, presumibilmente ai giorni nostri. Luogo principale che fa da sfondo alla storia è uno dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, che costituisce un microcosmo intimo e lontano dal trambusto della metropoli. I personaggi protagonisti rappresentano tre generazioni di donne: Donna Concetta, Lucia e Ketty rispettivamente nonna, figlia e nipote.

Donna Concetta è una donna anziana che viene da una Napoli diversa, dove tutti conoscono tutti, e vive profondamente il disagio nel rapporto con un mondo che è profondamente cambiato ed appare in tutta la sua stranezza nella vita delle due familiari e nella gente che abita il suo vicolo. Il suo personaggio è ispirato a Donna Concetta dell’omonimo brano di Pino Daniele, nella storia, infatti, molteplici sono i richiami ai versi della canzone (il titolo invece è tratto da una scena della storia a suo volta ispirata alla canzone Ninnanàninnanoè). Nonostante il suo modo di fare stravagante e singolare riesce col suo buon senso a fare da collante nei rapporti tra madre e figlia personificando una saggezza antica ancora applicabile all’età moderna. In lei non c’è crescita – il suo è l’unico personaggio statico – ma piuttosto ferma volontà nel lasciare immutati certi valori e certi “riti”. Le sue “grida” affidate al vento non sono altro che il suo personale modo di combattere il tempo tiranno che porta via gli affetti, cambia le persone e muta i luoghi.

Lucia è una donna di età matura con un passato sentimentale difficile che combatte la sua frustrazione attraverso l’uso smodato della tecnologia e in particolar modo dei social, fino a sviluppare una vera e propria patologia che la allontana dagli affetti familiari.

Ketty è un’adolescente alle prese con le difficoltà della sua età attraverso le quali entra in contatto con problemi molto più grandi di lei, come la crisi mondiale che ai suoi occhi appare piuttosto come una crisi sociale.
La storia si sviluppa sull’onda di una serie di scioperi scolastici, Ketty dimostra una maturità aldilà delle aspettative e sicuramente superiore a quella della stessa madre, infatti la ragazza riesce a superare “i momenti di crisi” che le si presentano, a guardare con occhio critico il mondo che la circonda e a saper discernere tra le cose più o meno importanti. In una sorta di climax la storia segue la crescita personale della ragazza, che passa quindi dall’immagine di un’adolescente spensierata che costruisce una realtà immaginaria e illusoria intorno a sé, a quella di una donna pienamente consapevole
dell’effettiva realtà che la circonda e di come gestirla.

Green Book: un film che tutti dovrebbero vedere

Green Book mi è piaciuto veramente tanto. Sarà che sono tornata da poco dagli Stati Uniti e il loro fascino fa da sfondo in maniera esemplare alla storia. Sarà che sono passati solo 60 anni dagli anni ’60 e alla mia generazione fa strano pensare che l’epoca dei nostri nonni è stata anche quella. Sarà che sono passati ben 60 anni dagli anni ’60 e purtroppo il pericolo di ripiombare nel passato è quanto mai attuale.

Se non avete visto il film correte a vederlo e non proseguite la lettura, è spoiler. Se l’avete già visto, vorrei focalizzare l’attenzione su alcune cose che mi hanno particolarmente fatto riflettere.

Mi ha fatto innanzitutto piacere che l’unica persona saggia e senza pregiudizi sia una DONNA, la moglie di Tony Lip, di origini italiane come il marito. Dalle prime scene del film a dispetto di tutta la sua famiglia composta da maschi, lei non nutre alcun pregiudizio nei confronti delle persone di colore. Ai due operai di colore che vengono ad aggiustarle casa offre da bere, li tratta con tutto il rispetto. Conosce il marito. Conosce i suoi pregiudizi, ma non li discute, perché sa in fondo di che pasta è fatto, forse proprio per questo lo ama. Sa che non sa scrivere lettere d’amore, ma gliele chiede comunque, le aspetta con ansia e attende il suo ritorno. Quando il film si conclude con l’abbraccio tra il marito e il pianista lei sorride soddisfatta, perché non ha avuto altro che una conferma di quanto già sapeva.

Mi ha fatto piacere che l’uomo con cui viene trovato Don Shirley, il pianista di colore gay, è un uomo bianco. Nella breve inquadratura dove entrambi sono isolati, nudi in un angolo della cella, il messaggio che ho assorbito è stato uno solo: l’amore, il trasporto, la solitudine non hanno colori.

Mi è piaciuto molto il personaggio di Tony Vallelonga, detto Tony Lip, un bianco di origini italiane che vive nel Bronx e si “arrangia” con la sua abile parlantina nella già caotica New York dell’epoca. Sebbene violento non cade mai nell’inganno della malavita. Astuto e sbrigativo. Quando vede le persone di colore a casa sua getta nella pattumiera i bicchieri da loro utilizzati. Il suo pregiudizio viene prima annientato dalla allettante paga offerta da un uomo di colore e poi dall’amicizia che nasce con lo stesso. Non è un’amicizia che nasce dall’oggi al domani, per niente. Ma è un’amicizia che nasce dalla convivenza di ben 8 settimane in cui Tony ha modo di constatare come sia difficile “nel Sud” la vita per un nero. È l’empatia (etimologia della parola sentire/soffrire/stare dentro/in una situazione) che annienta il pregiudizio. È l’arrabbiarsi per la situazione che vive l’Altro non giusta, scorretta, inumana.

L’Oscar Mahershala Ali nei panni del pianista è magistrale. Sia nell’interpretazione del genio educato e cheto, sia in quella dell’uomo frustrato e solo. Un attore degno del personaggio che impersona. Un nero tra i bianchi e un “bianco” tra i neri, un uomo solo che mantiene una dignità infinita in situazioni che farebbero perdere le staffe a un santo. Un uomo coraggioso, del coraggio che ha cambiato il corso della storia. Un uomo che ha molto da insegnare.

Infine la famiglia di Tony. Emigrati italiani in America. Incarnano tutti gli stereotipi degli italiani, quelli con cui siamo visti all’estero. Gli spaghetti ai frutti di mare la vigilia di Natale, la passione per lo sport, l’inglese maccheronico (se non lo avete già fatto, riguardate il film in lingua originale, con la traduzione la maggior parte delle battute si perdono). Sono affetti da razzismo, anche se in una maniera più pacata rispetto ai bianchi del Sud, guardano gli operai neri con un misto di disprezzo e paura. Tuttavia, la sera della vigilia quando alla porta bussa il pianista di colore, c’è solo un attimo di smarrimento, subito dopo con grida di festa lo si invita a sedere e gli si porta da mangiare. È la rivincita dell’umanità. E per il film, è il raggiungimento della catarsi, tanto cara ai tragediografi greci, è il momento in cui la forma d’arte raggiunge il suo grado più alto e sublima lo spettatore, lo proietta in una dimensione superiore. Quando uno spettacolo teatrale, un libro, un film raggiunge questo stadio ha già vinto.

New York City: l’imperativo è passeggiare!

In una congerie infinita di notizie, articoli, informazioni, tour e quanto altro è reperibile in rete su New York City il perché di un nuovo “scritto” sulla Grande Mela sembra introvabile.
Eppure c’è…

Perché in rete troverete davvero tante info che vi prepareranno alla visita ma poche parole che vi facciano rendere in parte conto di cosa vi apprestate a vivere. Perché nell’epoca dei viaggi di massa si fa sempre attenzione a non perdersi niente, in un giro vorticoso tra musei, attrazioni di moda, stores imperdibili che spesso fa perdere di vista quello che poi veramente ci si porta dietro come ricordo di un viaggio: le sensazioni.

Quando si vola verso un altro continente si è consapevoli che quello che si troverà fuori le porte automatiche dell’aeroporto sarà una realtà molto diversa da quella a cui si è abituati. Il fascino orientale delle terre oltre gli Urali, ad esempio, o la magia primitiva che si respira solo in terra d’Africa. Nel partire mi sono chiesta se oltre l’Oceano mi sarei trovata davanti davvero la New York che il nostro immaginario si è costruito in anni di esperienza fatti di film, serie TV e libri.
La risposta è nel turbinio di sensazioni che si provano quando si salgono i gradini di una qualsiasi metropolitana di Manhattan, provenendo dall’aeroporto, ancora con la valigia a seguito e storditi dal jet lag. Sembra di venire introdotti in un tunnel verticale, un tunnel fatto di vetri e luci, nel cui fondo, forse, si intravede il cielo. Come la principessa di “Come d’incanto” catapultata in Times Square non resta che esclamare: “Oh mamma!” (per il trailer del film e la scena in questione https://www.youtube.com/watch?v=0_1T5Pmqv8Y).

Si finisce tra una miriade di grattacieli, no 10, 20, 30, 50, no! Una miriade (e ora che me lo domando e facendo una ricerca rapida su google scopro che sono ben 5.818, ma ne ho visti costruire altri https://it.wikipedia.org/wiki/Grattacieli_di_New_York)! E mentre si cammina col naso all’insù ci si immagina Ted Mosby della famosa serie How I Met Your Mother e il suo sogno di modificare lo skyline di New York. E taxi, innumerevoli taxi gialli, proprio come nei film, e bandiere, sventolanti stelle e strisce, e gente, gente di tutte i colori… e come potrebbe essere altrimenti in una città così sfavillante. E’ in quel preciso momento che pensi che la cosa davvero da fare con urgenza prima di tutte le altre, è PASSEGGIARE!

La cosa più sorprendente è che New York sarà proprio come ve l’eravate immaginata ma vi sorprenderà lo stesso, come poche altre città che avrete modo di vedere. New York è la donna di colore che ride di gusto all’angolo della strada, è il poliziotto in divisa blu scuro, è il pompiere che ti saluta a bordo di un camioncino pazzesco, è la quantità di persone che si ferma al semaforo e riparte compatta. Quando vi sarete assicurati di aver assimilato queste sensazioni e le avrete provate più e più volte potrete pensare a cos’altro c’è da vedere in questa città. Ma se avete poco tempo non chiudetevi da nessuna parte e PASSEGGIATE!!!

Proprio perchè la vita di strada è l’elemento caratterizzante della città consiglio vivamente di spostarsi molto in autobus in modo da poter coprire le grandi distanze non perdendosi niente di tutto questo. Se siete fortunati e avrete invece tanto tempo per visitare la città rimando in un altro articolo consigli sull’argomento.

Ultima cosa, tra i tanti grattacieli e palazzi dai tipici mattoncini rossi, ho trovato nel Queens delle case a graticcio… 😀

Piazza Sant’Anna: tra storia e modernità

Chiunque abbia visitato Rennes almeno una volta nella vita sarà passato per piazza Sant’Anna. Insieme al Parlamento di Bretagne e a rue du Champ Jacquet rappresenta senz’altro il simbolo della città.

Chi si è trovato a passare di qui negli ultimi anni probabilmente ricorda soprattutto i lavori della metro (linea B, la A è già esistente e funzionante dal 2002) che continuano tutt’oggi e pare volgano finalmente al termine tra le varie interruzioni dovute a ritrovamenti archeologici e ai problemi di stabilità della grande chiesa di Notre-Dame-de-Bonne-Nouvelle (già Eglise Saint Aubin, per avere maggiori info sui lavori della metro: http://www.metro-rennes-metropole.fr/accueil/le_projet/le_trace_et_les_stations/sainte_anne).

Piazza Sant’Anna è caratterizzata dalla presenza di numerose case a graticcio, molte delle quali iscritte nelle liste dei monumenti storici di interesse: l’hotel di Bretagna al numero 9 e la maison del numero 10 rappresentate nel disegno sono tra quelle più fotografate (datate entrambe al 1586), probabilmente per la loro caratteristica pendenza verso rue Pont aux Foulons. Sulla casa al numero 19 una targa commemorativa, invece, riporta informazioni relative alla residenza del sindaco Leperdit (la cui statua nell’atto di strappare un foglio è ben in vista a rue du Champ Jacquet) e al suo trapasso ad altra vita tra quelle mura (per intenderci meglio è quella che oggi ospita il Ty Anna, uno dei bar più frequentati del centro).

Domina oggi Piazza Sant’Anna l’attuale e innovativo centro per congressi ospitato nella bellissima sede del convento dei Giacobini in un restauro di recente realizzazione che ha visto anche l’ergersi di una torre dal dubbio gusto estetico che stona chiaramente col contesto in cui è inserita.

Nel vecchio convento istituito nel XIVesimo secolo dai Domenicani in un periodo in cui il ricco potere ducale andava a braccetto con gli ordini mendicanti, così come ricorda una targa ad esso affissa, si svolse nel 1491 il fidanzamento tra la rinomata duchessa Anna di Bretagna e il re di Francia Carlo VIII. Allo stesso convento molti anni più tardi Anna donò la sua corona e il suo mantello ducale. La fama del convento però era dovuta soprattutto a una tavola dai poteri miracolosi raffigurante la Madonna con Bambino ed esposta nella cappella situata all’angolo del coro della chiesa. In uno scritto del 1470 il legato del Papa descrive come copiose le folle di pellegrini giunte per venerarlo.

La presenza di numerosi bar e creperie, nonché la prossimità alla famosa Rue de la Soif (al secolo rue Saint Michel), la rendono il luogo di ritrovo più frequentato da parte dei giovani. Uno stazionamento Velo Star è posizionato tra le poste e l’ingresso del metro. Quest’ultimo vede la frequentazione a qualsiasi ora del giorno di gruppi di barboni spesso ubriachi, ma il più delle volte innocui, che contribuiscono insieme ai graticci colorati e all’odore di galettes a caratterizzare la piazza.

Nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali, regni di sciamani…

Sono le sette di sera del 14 agosto. Coloro che hanno osato bagnare il proprio corpo nelle fredde acque del Baikal come se fosse una spiaggia della riviera romagnola (solo molto, ma molto, più piccola) si sono ritirati in albergo per una doccia calda e magari degustare il famoso pesce locale affumicato.

Prendi una cosa calda perchè comincia a fare fresco e mettiti in cammino sulle sponde del lago. Si è alzato il vento, si insinua tra le vette che fanno da corona alle acque piatte e sotto i tuoi pantaloni leggeri. Nastri colorati come banderuole danzano ad ogni folata che si alza e nuvole dello stesso colore del lago racchiudono l’atmosfera in uno scrigno impenetrabile.

E’ il regno degli sciamani…

Anche se degli operai ancora approfittano delle ore di luce per costruire ancora, anche se delle auto sfrecciano dietro di te a velocità vietate, anche se un neon si è illuminato a ricordare la presenza di un bar, se tu guardi il lago guardi il regno e il regno è ancora intatto.

I ciottoli sono ben visibili sotto l’acqua cristallina, sembrano quelli del letto di una sorgente di montagna ma non scorrono, non sono portati dalla corrente, restano immobili, quieti.

Ti incammini verso il punto dove il fiume entra nel lago ma non ci arrivi, tagli alla tua destra per le colline alle tue spalle puntellate da alberi alti e fitti. Sali all’inizio tra case moderne, una jeep ha appena parcheggiato, un bambino sulla sua bici si ferma a guardarti e poi scappa via. Pochi metri, poi cominci a vedere capannoni di legno, qualche oggetto abbandonato e nessun essere umano. Qualche goccia di sudore che si stempera male col fresco e ti ritrovi nella boscaglia su un sentiero poco battuto, non preferito all’agevole funivia che come un fantasma silenzioso intravedi di tanto in tanto tra i rami.

Ma tu lo hai preferito, e sali, sali… Di tanto in tanto ti guardi intorno, il lago è scomparso, in compenso c’è tanto verde, e foglie, e rami spezzati che scricchiolano sotto le tue scarpe, e un verso strano di una creatura a pochi passi da te.

Il sentiero sembra salire verso il cielo per quanto è ripido e poi all’improvviso delle scale, che tortuose si districano tra gli alberi e tra gli alberi vedi ancora dei nastri annodati intorno ai rami, infine arrivi.

E di nuovo lo vedi, il lago. Incastonato tra le montagne, una distesa immensa di acqua, un tutt’uno con le nuvole sovrastanti. Il fiume alla destra che vi si getta viene subito cristallizzato nell’atmosfera. Non appena entra nel regno si acquieta e sottostà all’ordine magico che pervade tutto. Respiri profondamente e sai di essere parte del regno.

Si dice che gli sciamani vedono nelle acque trasparenti del Baikal il destino degli uomini, ascoltano le voce degli antichi e quelle della natura. L’armonia tra lo spirito e il creato si sente, il vento porta le preghiere di migliaia di uomini che hanno affidato le loro sofferenze in tessuti colorati che non smettono mai di oscillare, gonfiarsi e agitarsi. Il rumore della natura zittisce i rumori del mondo e dell’anima e ti ricorda che sei parte del vento, delle nuvole e dell’acqua.

Molti stranieri che si soffermano sul Baikal vengono dalla Transiberiana un viaggio di per sé contemplativo e spirituale, trovano qui la vetta più alta della spiritualità, la percezione di apertura su mondi altri e altri mondi.

– Lo sciamano, uomo o donna, è una persona chiamata (e alla chiamata non può non rispondere, perché la non risposta porterebbe a conseguenze molto gravi) a fare da tramite tra le divinità e l’uomo, tra i morti e i vivi, tra l’anima e la natura. In sostanza è chiamato a risolvere situazioni negative ben concrete e presenti in qualsiasi società: problemi di salute e a lavoro, discordie, desideri insoddisfatti, sciagure naturali. La sua sapienza non si apprende dai libri ma viene trasmessa di sciamano in sciamano, si accresce con l’esperienza, si mette alla prova tramite molteplici riti iniziatici. Lo sciamanesimo è ampiamente diffuso in Asia del nord e Siberia, ha vissuto una battuta di arresto durante il periodo comunista, quando le pratiche venivano spesso svolte di notte e con attenzione per non farsi arrestare, ed oggi è tornato ad essere una pratica spirituale largamente seguita.
Tre sono gli aspetti principali.Il primo è che la natura è viva, spiriti sono presenti nelle piante, negli animali, nelle rocce e nell’acqua. Gli spiriti vanno rispettati e onorati, in modo tale che la natura sia benevola. Il secondo aspetto è la responsabilità personale. Ogni umano è infatti responsabile delle proprie azioni e del proprio comportamento. Il terzo è l’equilibrio. E’ importante l’armonia tra le cose, tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo. Quando l’armonia tra le cose, e quindi l’equilibrio, diventa precaria le coonseguenze sono terribili e solo lo sciamano può restaurarla. –

Chartres: tra guglie e graticci, a pochi km da Parigi.

Se percorrete di notte l’A10 nell’avvicinarvi a Chartres fate in modo che non siate voi al volante e tenete gli occhi ben aperti. Nel buio delle sterminate campagne francesi scorgerete un fascio di luce calda svettante verso il cielo: è la cattedrale di Chartres. I costruttori medievali che dopo l’anno mille vollero ringraziare il Padre Eterno per avere rimandato la fine del mondo avevano ben chiaro questo intento: costruiamola alta, alta in modo tale che possano intravederla da molto lontano e quindi raggiungerla!

Chartres, capoluogo del dipartimento attuale di Eure-et-Loir, non è nata con la cattedrale. I ritrovamenti archeologici collocano nell’era neolitica un primo insediamento. Centro gallico, poi sottomesso da Cesare, doveva rivestire un ruolo importante sia politico che religioso tra i Carnuti (popolazione celtica stanziata tra la Senna e la Loira). Probabilmente ad esso si fa riferimento nel De bello Gallico quando si dice che lì confluivano tutti i druidi per una grande assemblea annuale.

Come molti luoghi sacri pagani Chartres mantenne un’importante centralità anche dopo essere stata evangelizzata divenendo una della diocesi più importanti della Gallia. La continuità si manifesta nel costruire la prima cattedrale sui resti di un tempio pagano. Le cattedrali cristiane spesso sono mete di pellegrinaggi, uno dei motivi per i quali vengono costruite in dimensioni grandiose è quello di renderle ben visibili in lontananza. Nell’876, Carlo il Calvo, re di Francia, fece dono alla città di un’importante reliquia: il Voile de la Vierge, cioè la camicia indossata dalla Vergine Maria al momento dell’annunciazione (esposto tutt’ora in una delle cappelle absidali del deambulatorio). La cattedrale di stile romanico fortemente voluta dal vescovo Fulberto custodì il sacro dono, tuttavia andò distrutta per via di un incendio nel 1194 e fu dunque ricostruita subito dopo. I lavori durarono circa 60 anni.

Oggi la cattedrale in stile gotico è uno degli edifici religiosi più importanti al mondo, dal 1979 figura nelle liste dei patrimoni culturali dell’umanità firmate dall’UNESCO e resta tutt’oggi meta di pellegrinaggio, nonchè tappa del cammino di Santiago di Compostela. La navata arriva a 37,50 metri, la torre sud a 103 metri, la torre nord (più recente, conclusa solo nel 1513) a 115. Più lunga di un campo di calcio è dotata di 172 vetrate e 9 portali, con un apparato scultoreo che supera le 4000 statue.

Famoso quanto la cattedrale è il suo labirinto del XIIesimo secolo inscritto nel pavimento della navata principale. I 261,50 metri del suo percorso simboleggiano il pellegrinaggio del fedele per giungere a Dio. Meglio rammentarselo prima di visitare la cattedrale, perché lo sguardo tenderà ad andare verso l’alto colpito dal tipico slancio gotico e non sotto i propri piedi. Per un buon approfondimento consiglio questa lettura http://www.antropologiaartesacra.it/ALESSIO_VARISCO_labirintoChartres.html

Ma Chartres non è solo la cattedrale, anzi… Se amate le case a graticcio non potete perdervi la Place de la Poissonnerie che vanta nei tipici tralicci sia la casa del Salmone che quella della Trota. La piazza era adibita alla vendita del pesce dall’inizio del XVesimo secolo fino agli anni ’50 del secolo scorso. Colpiscono i graticci scolpiti che rappresentano tralici di uva, l’Annunciazione, San Michele che affronta il drago e ovviamente… un grosso salmone!

A graticcio, ma in una versione piuttosto singolare, anche la famosa “Escalier de la reine Berthe”, un edificio di rappresentanza del XVIesimo secolo intitolato successivamente a colei che fu regina di Francia per ben poco, visto che il Papa in persona le annullò il matrimonio per ragioni di parentela e fu costretta a rifugiarsi nella cittadina dopo il ripudio da parte del marito.

Una passeggiata vale sicuramente la pena lungo le rive dell’Eure, dove piccoli ponti, mulini, chiuse si accompagnano ad antiche casette, una vegetazione ricca e piccole imbarcazioni attraccate ai balconi. Andarci per credere!

Transiberiana: viaggio tra continenti

Nell’immaginario collettivo dei viaggiatori per passione la Transiberiana costituisce uno dei sogni principali, di cui si sa poco o niente, e che comincia a delinearsi meglio nell’alone affascinante che la circonda solo quando si è già deciso in cuor proprio di intraprenderla.

Prima di pensare al visto, ai biglietti, alle soste, quello che colpisce di più nelle ricerche fatte qua e là sul web sono i numeri che la riguardano:

9.288 km di lunghezza
2 continenti (19,1 % territorio europeo, 80,9 % territorio asiatico)
7 fusi orari
1900 l’anno in cui il progetto venne presentato all’Esposizione Universale e l’anno in cui fu realizzato un uovo Fabergé in suo onore (sapete cosa sono le uova Fabergé? Date un’occhiata qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Uova_Faberg%C3%A9 )
740 km per anno la media mantenuta nella velocità dei lavori
90.000 uomini, il picco di personale raggiunto nel costruirla
– oltre 1 secolo di attività
1 settimana di viaggio
157 fermate.

Sono dati pazzeschi quelli che caratterizzano la linea ferroviaria che collega Mosca a Vladivostok, una lunghissima serpentina che unisce occidente ed estremo oriente passando attraverso i vastissimi spazi verdi siberiani intervallati da minuscoli villaggi e moderne città.

Dopo l’entusiasmo iniziale comincia il chiaro presentimento che non sarà del tutto facile organizzarla. Non vi fate abbattere. Con un po’ di intraprendenza e qualche delega diviene tutto più semplice.

Elencherò qui alcuni dei problemi che sorgono nell’organizzazione e durante il viaggio stesso, spiegando anche come noi li abbiamo risolti sperando di poter essere d’aiuto a quanti volessero intraprenderla.
Il mese da noi scelto (per ragioni lavorative) è stato agosto, precisamente dal 2 al 20. Tutto quello che segue è frutto della nostra esperienza, ma può sicuramente variare sulla base del mese scelto o semplicemente del caso. Dunque:

1. il Visto
Potete recarvi al più vicino consolato russo del vostro paese, per la nostra situazione personale (viviamo all’estero), abbiamo preferito delegare l’agenzia (www.visitpietroburgo.com) di Marco Ragozzi, che offre un pacchetto che include sia il documento di un soggetto russo invitante sia l’assicurazione per il viaggio. I passaporti si spedicono a lui e vi arrivano a casa col visto e con l’assicurazione in poco tempo. Pratico, veloce, preciso.

2. i Biglietti
Possono essere prenotati sul sito delle ferrovie russe, ovviamente quando avete ben chiare le tappe che volete fare, in quanto il biglietto non è cumulativo ma va preso tratta per tratta. Bisogna inoltre fare attenzione al fuso che cambia a mano a mano che proseguite col viaggio e alla concordanza o meno del fuso di Mosca e del fuso locale. Mi spiego meglio, chiunque ci aveva detto che tutti i treni seguono il fuso di Mosca mentre l’agenzia inglese alla quale ci siamo rivolti per l’acquisto dei biglietti ci ha fornito tutti i tickets in orario locale “trattandosi del mese di agosto”. Questo aspetto non mi è tutt’ora molto chiaro: gli orari dei treni saranno sempre concordati sull’orario locale o si utilizza questa procedura solo per il mese di agosto che dovrebbe essere quello più turistico? Se qualcuno ne sa di più mi spieghi.
Ad ogni modo, decise le città che volevamo visitare, abbiamo delegato l’agenzia per l’acquisto dei biglietti. Pare convenga in quanto i biglietti non si possono prenotare molto tempo prima e rischiano di finire in fretta. Inoltre l’agenzia ci ha quasi sempre comprato biglietti in treni con numero piccolo (treno più nuovo e veloce rispetto ai treni con numeri grandi) e sempre postazioni (in terza classe come avevano richiesto) una sopra l’altra, in modo tale da non avere problemi con l’utilizzo del tavolo e lontane dai bagni per non essere disturbati dal rumore delle porte e dello scarico durante la notte.

3. la Classe
Sinceramente nello scegliere la classe ci siamo affidati a molti dei consigli che si trovano sul web, perlopiù si dice che la Transiberiana o si fa in terza classe o non la si fa proprio. Inoltre altre riflessioni personali ci hanno spinto ad optare per la terza: una ragione “ludica” in quanto – in terza non ci si annoierà -, abbiamo pensato, – tanta gente da osservare o con cui parlare, non ci si sentirà mai soli -, una ragione di “sicurezza”, – meglio tra tante persone che chiusi in uno scompartimento con altre due persone di cui si ignora l’onestà -. Non abbiamo sbagliato. La terza classe è un mondo! Dove tante persone insieme convivono, e contemporanemante mangiano, dormono, chiacchierano, guardano dal finestrino. E’ una congerie di odori ad ora di pranzo e un andirivieni continuo di razze e di abitudini diverse.

4. il Treno
Lo puliscono da capo a piedi due volte al giorno, i bagni non sono questa eccellenza, ma potete approfittare delle pause lunghe per andare in quelli delle stazioni che spesso sono a pagamento. L’acqua calda è a disposizione di tutti, portatevi un bicchiere e delle posate o chiedete la tipica tazza alla responsabile del vostro vagone. Esiste un vagone ristorante che ha solitamente poche cose, rispetto al menù, e tempi di attesa piuttosto lunghi. Di sera sembra quasi un luogo di ritrovo. Ad ogni vagone c’è affisso un foglio con l’elenco di tutte le fermate, con rispettivi orari di Mosca, locali e durata. Solitamente in terza ci sono 2 o 1 presa della corrente ogni 6 posti, ma ce la si fa tranquillamente (non c’è bisogno di adattatore). Nell’ultima tratta in treno 02 siamo venuti a conoscenza della doccia, a pagamento e su prenotazione, ma vi assicuro che è manna dal cielo.

5. la Gente
A chi ci aveva scoraggiato di percorrere la Transiberiana ad agosto per via della forte affluenza turistica mi sento di dire che i turisti visti posso contarli sulle dita di una sola mano, al massimo due. Perlopiù si incontrano famiglie, con prevalenza di donne e bambini anche molto piccoli, talvolta in fasce, talvolta barcollanti nei primi passi tra i sediolini, talvolta più grandicelli e divertiti nell’arrampicarsi sui letti superiori. Le persone sono educate, quando si spengono le luci c’è molto silenzio. Solo in un caso, nel tratto lungo tra Irkutsk e Vladivostok ci è capitato di incontrare qualche gruppo di operai dei villaggi delle miniere di carbone un po’ più rumorosi. Difficile dialogare per via della conoscenza del solo russo da parte loro, capita talvolta di esprimersi a gesti, alcuni russi, anzi russe, saranno molto curiose di conoscere tutto di persone che vengono da molto lontano. Infine in generale in Russia non abbiate paura se la gente incrocia il vostro sguardo per un bel po’ di tempo e insomma…vi fissa! Curiosità o modo di fare, non sappiamo, ma vi capiterà!

6. la Vita in Treno
Per quanto riguarda il cibo, potete comprare cose lì dove vi fermate, ma anche e soprattutto nelle pause lunghe del treno, dove molte donne anziane vendono patate, pesce, pollo, pomodori, frutti di bosco e dove ci sono anche vari negozietti con bibite, gelati e alimenti conservabili. I famosi noodles si trovano ovunque e si preparano istantaneamente con l’acqua calda del treno, ma per intolleranze alimentari non li abbiamo provati, quindi non so dirvi niente sulla loro bontà. A dormire, si dorme, anzi ci sono russi che dormono praticamente tutto il tempo sul treno, svegliandosi di tanto in tanto per mangiare qualcosa e sprofondare subito dopo di nuovo in un profondo sonno. Adattandosi al ronfare di qualcuno si dorme anche piuttosto bene grazie al materassino e al cuscino di cui ognuno dispone, dotati di federe consegnate pulite e imbustate (insieme ad un piccolo asciugamano) appena si accede al treno. Non portate molti indumenti, nè valigioni enormi, quando si resta in treno per giorni si sporca molto molto poco. Portate con voi piuttosto dei libri, delle carte o dei giochi da tavolo. Un taccuino su cui annotare gli aspetti salienti del vostro viaggio è sempre utile e se vi piace disegnare anche uno sketchbook, desterete la curiosità di molti russi! I treni solo lenti e abbastanza rumorosi, anche dei tappi per le orecchie di notte potrebbero rivelarsi utili. Infine… salviettine imbevute a volontà!

7. le Tappe
Oltre i due giorni a Mosca prima della partenza ci siamo fermati a Kazan, Ekaterinburg, Novosibirsk, Irkutsk, Listvjanka (lago Bajkal), Vladivostok. Mosca è assolutamente imperdibile, molto turistica ad agosto e con file piuttosto lunghe. Merita in compenso tanto, anche per la vita notturna. La chicca è la pulizia continua delle strade, non ci è mai capitato di vedere una città, tra l’altro capitale, più pulita di questa. Kazan ci è piaciuta molto con il bianchissimo Cremlino e la sua moschea dalle cupole blu, inoltre ci siamo allungati sul Volga con i mezzi pubblici (costano pochi centesimi in tutte le città dove siamo stati e sono molto funzionali) per godere di un tramonto mozzafiato. Ekaterinburg pure è molto carina, famosa soprattutto per essere stata lo scenario dell’uccisione dei Romanov nel 1918, merita una visita alla Cattedrale del Sangue dove la famiglia è venerata. Vicina (si fa per dire, le distanze vanno valutate bene in Russia) agli Urali potrebbe essere l’occasione di un trekking sulle montagne che dividono l’Europa dall’Asia. Novosibirsk non ci è piaciuta molto, moderna e per niente turistica, non si lascia visitare facilmente, in realtà l’impressione è che non ci sia proprio niente da vedere. In compenso ad un’oretta di bus c’è l’Ob, destinazione balneare di molti russi, dove si può trascorrere una bella giornata di relax. Irkutsk, descritta dalle guide come la Parigi asiatica (il paragone tutt’ora non mi è chiaro), è una tipica cittadina siberiana, qui le case in legno che fanno l’apparizione nel paesaggio dal finestrino subito dopo Mosca raggiungono l’apoteosi, sono letteralmente ovunque con le particolari finestre in legno lavorato. Alcune sono dei veri e propri gioielli, altre restano fatiscenti e danno un aspetto decadente a molte vie secondarie. Da qui si raggiunge il Bajkal, per molti il luogo più atteso del percorso. In bus si raggiunge in un’oretta arrivando a Listvjanka, non confondetevi, l’isola Olkhon è molto più lontana e potete arrivarci con comodità solo se avete previsto più giorni di sosta ad Irkutsk. Listvjanka è letteralmente incastrata tra i monti e il lago nel punto in cui il fiume Angara sfocia nel lago stesso. Sembra un villaggio di pescatori che sta perdendo questa sua aurea con l’avvento galoppante di un turismo che si spera resti sostenibile. Per la strada si sente l’odore del pesce tipico affumicato venduto un po’ dovunque e delle braci dove si arroste la carne, e probabilmente anche altro: la puzza di plastica bruciata ricorda un po’ i villaggi africani dove l’immondizia si smaltisce ancora così (il paragone nasce dalla stessa sensazione che ho provato l’anno scorso in Tanzania e in Uganda, posti che amo infinitamente…). Il lago è cristallino e bisogna fare uno sforzo di immaginazione per credere che non sia mare, il suo sembrare surreale è alimentato dalle tracce lasciate dai riti sciamanici visibili un po’ dovunque. Per una vista meravigliosa e per apprezzare meglio la magia del lago recatevi alla Chersky Stone raggiungibile in funivia dal Bajkal Museum o a piedi con un trekking che dura meno di un’ora ma abbastanza faticoso. La vista è bellissima e merita la salita. Resta Vladivostok. Appena scendete dal treno non dimenticate di fare una foto ricordo col vecchio treno e il traguardo indicante i 9288 km fatti! La città è sempre molto moderna, stracarica di grattacieli e di un’edilizia sfrenata, tuttavia il porticciolo col passeggio, il mercato cittadino, le vie del centro, la veduta sui due grandi ponti, l’oceano sul quale si affaccia la rendono molto affascinante. Dopo averla girata in lungo e in largo ci siamo allontanati (sempre grazie ai mezzi pubblici) sulla vicina isola Russkij raggiungibile proprio grazie al passaggio sui due ponti. A metà strada tra sede accademica e rifugio militare, l’isola è luogo balneare dei russi, non abbiamo visto nemmeno un turista! Il paesaggio è fittamente verde, le spiaggette sono piccole e posizionate in baie incantevoli. Troverete qualche piccolo e vecchio bar, una polvere degna di un safari, anche qui purtroppo puzza di bruciato, ma anche la vera e propria vita russa, quella più autentica.

8. il Volo
Per raggiungere il posto di partenza della Transiberiana e tornare dal Pacifico al Mediterraneo abbiamo volato esclusivamente con Aeroflot. Prima tratta Napoli-Mosca, al ritorno Vladivostok-Mosca e Mosca-Roma Fiumicino. Ottimi viaggi, abbondanti pasti, film a volontà nella tratta lunga, plaid, cuscino, ciabattine e kit per dormire.

9. Alberghi, ristoranti e spese extra
L’impressione generale è stata quella di spendere veramente poco per dormire, mangiare e spostarsi. Gli alberghi prenotati su Booking sono stati tutti economici ed estremamente confortevoli, eccetto l’ultimo, quello di Vladivostok (la camera aveva problemi nel bagno, il balcone era osceno e il prezzo molto più alto rispetto agli altri). Spesso li abbiamo scelti sulla base della loro vicinanza alla stazione dei treni. Come ristorante mi sento di segnalare una sorta di tavola calda a Vladivostok di nome Ne Rydai dove si mangia di tutto, bene e a prezzi bassissimi e un ristorante arredato in maniera troppo carina, dove ugualmente si mangia bene, ad Ekaterinburg. Questo porta il nome di un gatto, Pashtet, che esiste per davvero e dorme placidamente tra i sofà del ristorante. I biglietti degli autobus, come ho ricordato già sopra, costano davvero poco e per l’assiduità degli stessi conviene largamente utilizzarli in tutte le città.
Qui di seguito gli alberghi prenotati:
Mosca – Basilica Hostel
Kazan – Troya Hotel
Ekaterinburg – Marins Park Hotel
Novosibirsk – Marins Park Hotel
Irkutsk – Uyutniy Dom
Listvjanka – Hotel Priboy
Vladivostok – Azimut Hotel

10. la Sicurezza
Non c’è assolutamente nulla di pericoloso nel fare la Transiberiana! Per sicurezza portavamo gli zainetti con le cose importanti davanti al petto nei luoghi affollati e sempre con noi quando nelle pause brevi scendevamo dal treno. Mentre dormivamo gli stessi zainetti li mettevamo sotto al cuscino. Semplici precauzioni, ma davvero non abbiamo notato nulla di strano o pericoloso.

11. i Paesaggi
Il paesaggio dal finestrino è un po’ monotono, la taiga vi entrerà negli occhi e non vi lascerà più! In sterminati tratti verdi compariranno numerosissimi villaggi fatti di case di legno e giardini recintati con steccati. L’idea che ne deriva è di grande povertà. La domanda che ci siamo posti è su come gli abitanti sopravvivano ai -30 d’inverno. Un cambiamento c’è nel tratto subito dopo Irkutsk quando il treno percorre le rive del Bajkal per diverse ore. Lì villaggi di pescatori e acqua a perdita d’occhio vi terranno per ore incollati al finestrino. Il vero indimenticabile paesaggio, a nostro parere, è quello che si vive nel treno, negli occhi e nei gesti delle persone che vi terranno compagnia per chilometri e chilometri.

Vale la pena di cimentarsi in quest’esperienza che vi condurrà a bordo del mitico treno della Transiberiana? Assolutamente sì!
Per qualsiasi altra curiosità e domanda, o anche rettifica, aspetto i vostri commenti 😉

Rennes: la città tra i due fiumi

Le guide turistiche che portano i turisti in giro per Rennes sono solite condurli per iniziare la visita in un punto preciso della città, quello in foto. Il punto, cioè, dove l’Ille confluisce nel Vilaine.

Gli scopritori di città antiche sono soliti nelle loro ricerche tenere conto di una discriminante importante e per certi versi ovvia: l’acqua. L’acqua è fonte indispensabile di vita, serve per la coltivazione, per il trasporto di merci, per le vie di comunicazione e talvolta funge da barriera e quindi costituisce una difesa naturale.

Quando nacque Rennes lo scenario doveva essere ben diverso dall’attuale, niente canalizzazioni, niente chiuse, niente ponti.  Ma la confluenza già esisteva e non lasciò indifferenti i Galli che per primi la abitarono e che non a caso la chiamarono “Condate”, che significa per l’appunto “confluenza”.

L’Ille, affluente del Vilaine, deve il suo nome probabilmente all’isola formata dalla biforcazione del flusso d’acqua prima della confluenza. L’origine del nome del Vilaine invece si presta a numerose e talvolta leggendarie interpretazioni. Il nome più antico affibbiato al corso d’acqua fu “Doenna”, parola di origine celtica che sta per “fiume profondo” o “fiume nero”. Grégoire de Tours affermava che i Romani lo chiamavano “Vicinonia” dal nome di una divinità delle acque, mentre i Bretoni giunti da oltremanica lo definivano “fiume giallo” per le diverse colorazioni delle acque lungo la sua estensione. A partire dal IX secolo fu chiamato “Visnonia”, parola che sta sempre ad indicare la variabilità del colore delle acque. Questo termine è giunto fino ad oggi passando per “Vilaigne” e infine “Vilaine”.

Una leggenda invece racconta che ai tempi della duchessa Anna esisteva una ragazza dai capelli bellissimi e dal colore dell’oro, tuttavia quella era la sua unica qualità. Per il resto era brutta e povera. Ovviamente la sfortunata ragazza si era innamorata di un bell’uomo che non la corrispondeva. Le sue copiose lacrime per la cattiva sorte toccatale diedero origine al fiume che in suo onore fu soprannominato Vilaine.

Per andare nel punto preciso dove è stata scattata la foto, alla prima confluenza tra i due corsi d’acqua, bisogna scendere nel giardinetto accanto alla chiusa (écluse du mail) giusto all’inizio di mail François Mitterrand, dove a dicembre viene allestito il mercatino natalizio per intendersi. Se si percorre il lungo fiume o la stessa strada in direzione sud-ovest si giunge al giardino della confluenza, lì dove l’altro ramo dell’Ille finisce nel Vilaine.

Bibl. Brohan G., Guide Secret de Rennes et des ses Environs, Rennes 2012.

 

Piccole donne ad Aleppo

È tornata la normalità da un’ora. La normalità quella vera non c’è più da anni. La normalità di oggi è il cielo senza bombe, i crolli e la morte.
Tra le macerie di una strada una bambina di nove anni, quasi dieci, si tira dietro la sorellina di cinque. Gli abiti ridotti a brandelli e la pelle grigia. La piccola rallenta il passo, guarda a terra, inciampa nei sassi, nei mattoni, in qualche corpo ancora non portato via. Il braccio esile tira l’altro braccio, ancora più esile.

Dalla strada opposta sopraggiunge un’altra bambina, occhi carbone e passo svelto, è tutta svelta lei, nonostante la fame; lei ha otto anni e l’aria di chi ha tutta la vita davanti.
Si incontrano.
-Pronta?-

-Sì, andiamo!-
Le due bambine grandi prendono le mani della bambina piccola, in due la sollevano ogni qual volta incontra un ostacolo e così fanno prima. Sono in tre ora e si dirigono verso la Cittadella.

Arrivate su, il vento sferza loro i capelli, sembra una carezza che porta via la polvere di dosso. Come in un rituale ben conosciuto, la piccola si siede a terra in attesa, mentre le altre due si danno da fare. Cercano tra i muri che restano e la trovano: una corda ben nascosta. Una si accovaccia, l’altra le salta in spalla e fissa un capo con mano lesta ed allenata, una guarda in su e aspetta che finisce, poi pian piano, con sommo sforzo e l’altra in groppa si avvicina a un altro pilastro, così da permetterle di fissare l’altro capo. È un gioco semplice…

Comincia la bambina dagli occhi carbone, si siede e aspetta la spinta. L’altra prende un po’ di rincorsa indietreggiando e trattenendo la corda, poi la lascia con un colpo ben assestato e lei… lei vola! Un gridolino di gioia della piccola seduta in terra seguito da un applauso e comincia il divertimento.

Davanti a loro si stende Aleppo, la città sempre esistita, adesso un ammasso di rovine.

Tutti i pomeriggi se non ci sono bombardamenti le tre salgono alla Cittadella, nessuno si accorge di loro tra i fasti della fortezza ridotti ad un rudere crollato.
A turno si spingono, a turno volano. Nell’indietreggiare il loro sguardo abbraccia la città, nel volare gli occhi si perdono nel cielo, mentre le gambe fluttuano penzoloni. È bello.

La piccola mette il broncio, le due grandi si alternano da mezz’ora e lei aspetta impaziente.
– È inutile che ci guardi così sai? Tu hai paura! Se vuoi star seduta sull’altalena, puoi restare anche dove sei, sull’altalena ci si dondola non si sta seduti! – gli occhi carbone sanno diventare terribili a volte, ma la bambina per tutta risposta le fa una linguaccia e resta dov’è.
La sorella le si avvicina e la mette in piedi.
– Dai facciamola riprovare. Siediti e mantieniti alla corda, ti facciamo dondolare lentamente –
– Nooo… Solo seduta! – e afferra le corde, così forte da sbiancare le nocche delle mani. E sorride contenta.
Le stanno ai lati ferme. Lei ha paura a dondolare, ma le piace la vista da lassù. Tutta la città a perdita d’occhio e le fumate che si alzano in vari punti, resti di incendi.
– Dai ti spingiamo! –
– No, nooo – grida e salta subito a terra, guardandole sospettosa e ferma, dà le spalle ad Aleppo, la città che lei ha sempre conosciuto come grigia e fumante.

Le bimbe si guardano e sorridono. La sorella le accarezza la testa e la rassicura, l’altra si appende alla corda e osserva, lei la città se la ricorda anche diversa. Tutte e tre si rivolgono verso la moschea più vicina, da lì si è alzato il canto del muezzin. Una delle bambine si mette a pregare, a suo modo, quel che ricorda, quel che gli aveva insegnato suo padre, finché aveva avuto il tempo di farlo. Alla

sorella nessuno aveva insegnato niente allora la imita goffamente, farfugliando nella sua testa chissà cosa. Occhi color carbone avvicina la mano destra al capo e si fa il segno di croce. Non importa per chi si prega, o se si prega, ma farlo insieme forse ha un senso.

Così per giorni, lo stesso rituale, gli stessi voli, intanto la città crolla. Quel che pesa è destinato a crollare, quel che si solleva è destinato a volare. Così l’altalena va, tra applausi, gorgoglii, gridolini, sospiri, risate, silenzi, preghiere.
-Dai provaci, non ti spingiamo, ti abbasso la corda così ti spingi da sola coi piedi. –

Le abbassano la corda, le brillano gli occhi, si siede, sfiora coi piedi grigi il suolo ma resta immobile, intimorita, lo sguardo all’orizzonte.
Nel cielo del tramonto si intravedono delle lucine rosse. Lei osserva curiosa, è un attimo. La sollevano di peso e fuggono via, due bambine sollevano una bambina e fuggono via.

Cade morte dall’alto ad Aleppo, la città sempre esistita. Tre donne in miniatura stanno cercando riparo, una corda oscilla al vento, lassù, sulla cittadella.

Il giorno dopo, perché per chi resta c’è sempre un giorno dopo, nel grigio delle strade si vede un puntino avanzare, è la piccola che senza aiuti avanza a fatica tra le macerie, ma avanza; guarda verso l’altura, se le luci cattive non se la sono portata via lassù dovrebbe esserci una corda. Nessuno la ferma, nessuno la cerca, nessuno sa che lei sa esattamente cosa fare. Ci arriva infine, la strada la conosce, tutti i pomeriggi di cui lei ha memoria…

Scruta l’orizzonte, niente luci, il sole avvolge ancora tutto, la corda è lì sospesa. Avanza e l’afferra. Si siede delicatamente quasi con la paura che ceda sotto il suo lievissimo peso. Ma la corda non cede e lei l’afferra forte come ha sempre fatto.
I piedi sfiorano il terreno, per un po’ li lascia sprofondare, il contatto con la terra è dolce e rassicurante. Poi punta le dita e stende le ginocchia, un respiro grande e una grande spinta. La piccola vola, un attimo di paura, ma sta volando, sì, e sta ridendo, e urla dalla gioia, su e giù, per tanto tempo… le sembra infinito… è felice…

Ci sono donne che vivono una vita intera provando nel tempo grandi gioie e grandi dolori, piccole soddisfazioni e immensi dispiaceri, emozioni forti e inguaribili ferite. Ci sono donne che vivono una vita breve, piccole donne che in pochi anni racimolano esperienze uniche che il mondo ignora… E poi vanno via, silenziose come foglie al vento, flebili luci rosse che invece di esplodere a terra, volano nel cielo.

Il racconto è arrivato finalista al Premio Albatros 2017. È pubblicato nell’antologia del premio dal titolo “Essere donna”.

La foto è tratta dall’articolo al seguente link:

http://www.youbee.it/guerra-in-siria-i-bambini-usano-pokemon-go-trovateci-e-venite-a-salvarci/